Un modello non è una raccolta di oggetti
Dalla materia rilevata al modello informativo: la famiglia HBIM traduce geometria, trasformazioni e stato di conservazione in una memoria interrogabile dell’elemento architettonico.
Le norme non dicono come modellare una volta
Non esiste una norma che prescriva una famiglia universale per la finestra storica, uno spessore corretto per ogni muratura antica o il comando da usare per costruire una volta irregolare.
Le norme BIM agiscono su un altro livello.
Definiscono come organizzare il processo informativo: quali informazioni devono essere prodotte, da chi, per quale scopo, secondo quali regole e attraverso quali momenti di verifica.
La serie UNI EN ISO 19650 costituisce il riferimento generale per la gestione delle informazioni attraverso il BIM. Introduce principi per organizzare, scambiare, revisionare e conservare i dati lungo il ciclo di vita di un’opera. Il punto centrale non è il software utilizzato, ma la continuità del processo informativo.
In Italia questo quadro viene affiancato dalla serie UNI 11337, dedicata alla gestione digitale dei processi informativi delle costruzioni e applicabile anche agli interventi di conservazione e riqualificazione del patrimonio costruito.
In pratica, prima di modellare, occorre stabilire le regole del modello.
Quanto dettaglio serve davvero?
Uno degli errori più comuni consiste nel considerare il modello migliore come quello più dettagliato. Non sempre è così.
La ISO 7817-1:2024 introduce il concetto di Level of Information Need, cioè livello di fabbisogno informativo. Non chiede di inserire il massimo numero possibile di dati, ma di definire quali informazioni geometriche, alfanumeriche e documentali siano realmente necessarie per uno specifico uso.
Una cornice destinata al restauro può richiedere una geometria accurata. Una parete utilizzata soltanto per comprendere la distribuzione può essere rappresentata in modo più semplice. Entrambe, però, potrebbero aver bisogno di informazioni su materiale, fase costruttiva e stato di conservazione.
Il livello di dettaglio non dovrebbe quindi dipendere dall’entusiasmo del modellatore, ma dalla funzione del modello.
Modellare ogni graffio dell’intonaco è possibile. Capire chi utilizzerà quell’informazione è leggermente più difficile.
Ogni elemento deve essere riconoscibile
In un modello HBIM, una muratura non dovrebbe essere soltanto “Muro generico 27”. Dovrebbe possedere un’identità coerente: codice, tipologia, materiale, fase, stato di conservazione, fonte dell’informazione ed eventuale grado di affidabilità. La UNI 11337-4 affronta lo sviluppo informativo di oggetti e processi e richiama la necessità di definire in modo controllato le caratteristiche degli elementi digitali. Questo non significa riempire ogni famiglia con decine di parametri.
Significa evitare che la stessa informazione venga chiamata prima “Epoca”, poi “Datazione”, poi “Fase storica” e infine, in un momento di particolare creatività, “Periodo presunto definitivo”.
La coerenza dei nomi rende il modello interrogabile. La coerenza dei valori lo rende confrontabile.
Anche il dubbio è un’informazione
Nell’edificio storico non tutto può essere conosciuto con la stessa certezza. Una muratura può essere documentata da fonti archivistiche. Un’altra può essere attribuita a una fase sulla base della tessitura. Una terza può essere soltanto ipotizzata perché nascosta da un rivestimento. Un modello corretto non dovrebbe trasformare automaticamente tutte queste condizioni in verità equivalenti.
Per ogni informazione significativa è utile distinguere almeno:
dato rilevato;
dato documentato;
interpretazione;
ipotesi;
informazione non verificata.
La disciplina del modello consiste anche nel dichiarare ciò che non sappiamo. Un parametro “grado di affidabilità” può essere meno spettacolare di una modanatura tridimensionale. In molti casi è molto più utile.
Un modello deve poter uscire dal proprio software
Un modello informativo non dovrebbe esistere soltanto all’interno del programma con cui è stato creato.
La ISO 16739-1:2024 definisce lo standard aperto IFC, utilizzato per condividere dati BIM tra differenti applicazioni. L’obiettivo non è trasferire soltanto la geometria, ma mantenere classificazioni, proprietà e relazioni comprensibili anche fuori dall’ambiente originario.
Per questo l’esportazione deve essere verificata. Una finestra può apparire perfetta nel software di modellazione e arrivare nel file IFC come un oggetto generico senza materiale, fase o identificativo. Formalmente è stata esportata. Informativamente ha perso quasi tutto durante il viaggio. L’interoperabilità non si misura quindi con la frase “il file si apre”.
Si misura osservando ciò che è rimasto comprensibile dopo l’apertura.
Le regole minime di un modello HBIM
Un modello ben strutturato dovrebbe almeno definire:
criteri condivisi di denominazione;
codici univoci per gli elementi;
parametri comuni e valori controllati;
distinzione tra tipo e istanza;
livello di informazione necessario;
fonti e affidabilità dei dati;
procedure di revisione;
modalità di esportazione e consegna.
Queste regole vengono normalmente raccolte nei documenti di gestione informativa del progetto, in coerenza con la serie ISO 19650 e con la UNI 11337. Non rendono il modello più bello. Lo rendono utilizzabile anche da chi non lo ha costruito.
Una riflessione
Un modello HBIM non è affidabile perché contiene molti oggetti.
È affidabile quando ogni elemento può essere riconosciuto, interrogato e compreso senza dover telefonare alla persona che lo ha modellato sei mesi prima. Le norme non sostituiscono la capacità di leggere l’architettura. Costruiscono la grammatica necessaria perché quella lettura non vada perduta.