Quanto dettaglio serve davvero?
Il livello di dettaglio di un modello HBIM non dipende solo dalla geometria visibile, ma dalle informazioni che ogni elemento deve rendere leggibili: forma, dati e decisioni progettuali.
Non tutto ciò che può essere modellato deve necessariamente diventare parte del modello.
Sembra una frase semplice. Quasi ovvia. Poi si apre una nuvola di punti, si zooma su una cornice, si vede una piccola modanatura, poi una deformazione, poi una crepa, poi quel profilo leggermente storto che sembra dire: “modellami, se hai coraggio”.
Ed è lì che il modellatore BIM inizia a vacillare.
Perché durante un processo di modellazione dell’esistente arriva quasi sempre una tentazione molto umana: se possiamo modellare tutto, perché non farlo?
La tecnologia, del resto, non aiuta a rimanere sobri. La nuvola di punti mostra ogni superficie, ogni cornice, ogni lieve fuori piombo. Le fotografie restituiscono materia, colore, polvere, stratificazioni. Gli strumenti permettono di ricostruire profili complessi, modanature, lesioni, irregolarità. Con un po’ di pazienza, si potrebbe modellare quasi tutto.
Il problema è che “quasi tutto” non è un obiettivo progettuale.
È più spesso una trappola.
Il valore di un modello non cresce in proporzione alla quantità di geometria che contiene. Cresce quando rimane uno strumento utile, leggibile, interrogabile. Un modello troppo povero non serve. Ma un modello troppo carico può diventare il suo contrario: un oggetto pesante, lento, difficile da gestire, pieno di dettagli che nessuno userà mai, se non per dire con una certa soddisfazione: “però guarda che dettaglio”.
In uno dei primi lavori sull’esistente, una cornice lapidea correva lungo il perimetro di un ambiente storico. Il rilievo ne restituiva ogni variazione: profili, piccole deformazioni, segni del tempo, leggere irregolarità. Modellarla nel dettaglio sarebbe stato possibile. Sarebbe stato anche affascinante.
E, diciamolo, avrebbe fatto la sua figura.
Ma non era necessario.
La cornice non era oggetto di intervento specialistico. Non influenzava il coordinamento tra discipline. Non sarebbe stata usata per estrarre elaborati esecutivi. Era già documentata dalla nuvola di punti e dalle fotografie. Trasformarla in una geometria estremamente complessa avrebbe aumentato tempi, peso del file e possibilità di errore, senza aggiungere un reale valore al progetto.
Da quell’episodio emerge una regola semplice, ma molto difficile da applicare: un buon modello non contiene più dettagli. Contiene i dettagli giusti.
Nel linguaggio BIM questa scelta riguarda spesso concetti come LOD e LOIN.
Il LOD, cioè il livello di sviluppo o di dettaglio di un oggetto digitale, aiuta a definire quanto un elemento deve essere rappresentato e quanto deve essere maturo all’interno del modello. In termini pratici: una parete può essere solo un volume generico, oppure un elemento stratificato, classificato, con materiali, spessori, prestazioni, fasi e informazioni associate.
Ma il punto non è scegliere sempre il livello più alto, come se fosse una gara di bravura.
Il LOIN, Level of Information Need, sposta la domanda in modo più intelligente: qual è il bisogno informativo reale? Quali informazioni servono davvero, in questa fase, per questo scopo, a questi soggetti?
È una differenza sottile, ma decisiva.
Il LOD tende a chiederci: quanto è sviluppato questo oggetto?
Il LOIN ci costringe a chiederci: che cosa deve sapere questo oggetto per essere utile?
E questa seconda domanda è molto più scomoda. Perché impedisce di rifugiarsi nella quantità. Non basta dire “facciamo tutto molto dettagliato”. Bisogna decidere. E decidere, nel BIM come nella vita, è sempre più faticoso che accumulare.
Negli edifici storici il tema diventa ancora più delicato. Ogni superficie contiene una quantità quasi infinita di informazioni: ondulazioni, fessure, differenze cromatiche, decorazioni, tracce di manutenzione, variazioni di intonaco, parti sostituite, parti consolidate, parti dimenticate da tutti tranne che dal rilievo.
Pretendere di trasferire tutto nel modello significa spesso costruire uno strumento sempre più pesante e, paradossalmente, meno capace di servire il progetto.
L’HBIM non sostituisce la realtà. Sarebbe anche piuttosto arrogante pensarlo. La realtà, soprattutto quella degli edifici storici, resta molto più complessa di qualsiasi modello.
L’HBIM mette in relazione strumenti diversi.
Le fotografie raccontano la materia.
La nuvola di punti conserva la geometria dell’acquisizione.
I documenti storici spiegano trasformazioni, demolizioni, aggiunte, ripensamenti.
Il modello organizza ciò che deve essere interrogabile, coordinato, aggiornato.
Non tutto deve diventare geometria.
Una lesione può essere modellata, se serve a una verifica strutturale o a un monitoraggio. Può essere classificata come informazione, se serve a una mappa del degrado. Può restare documentata fotograficamente, se deve solo essere conservata come traccia dello stato di fatto.
Una cornice può essere ricostruita con profilo accurato, se è oggetto di restauro, computo o riproduzione. Può essere semplificata, se serve solo a leggere la gerarchia della facciata. Può essere collegata alla nuvola di punti, se la sua complessità geometrica è già documentata meglio dal rilievo che da una modellazione approssimata.
La scelta non è mai solo tecnica. È progettuale.
Prima di modellare bisogna chiedersi che cosa dovrà fare quel modello.
Supportare un restauro?
Coordinare discipline?
Produrre elaborati?
Pianificare manutenzioni?
Gestire un immobile?
Documentare lo stato di fatto?
Costruire una base conoscitiva per decisioni future?
Ogni risposta cambia il livello di dettaglio necessario.
In molti progetti, gli elementi più importanti non sono stati quelli più complessi da modellare. Sono stati quelli capaci di mettere in relazione quote, materiali, fotografie, documentazione, verifiche. Una parete modellata in modo essenziale può contenere informazioni decisive: fase costruttiva, composizione materica, funzione strutturale, stato di conservazione, interventi precedenti.
Un elemento modellato con estrema precisione, al contrario, può restare quasi inutile se non partecipa a nessuna decisione.
La geometria è un linguaggio. Non è la conoscenza stessa.
Per questo, nel lavoro sull’esistente, serve una disciplina di sottrazione. Ogni elemento dovrebbe giustificare la propria presenza. Ogni informazione dovrebbe avere un ruolo. Ogni dettaglio modellato dovrebbe rendere più chiara una decisione, non soltanto più ricca una vista.
La rappresentazione tende ad aggiungere.
La comprensione, spesso, seleziona.
Un modello efficace non è quello che mostra tutto. È quello che permette di capire meglio.
Una riflessione
La precisione non consiste nel descrivere ogni cosa. Consiste nel riconoscere quali dettagli permetteranno al progetto di essere più esatto.
E, ogni tanto, anche nel saper guardare una cornice bellissima e avere il coraggio professionale di dirle: oggi no, resti nella nuvola di punti.